Mamma Africa ONLUS


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EssePress 28.08.2013

Dicono di noi

“In Africa tutto è utile. Patiscono la fame, soffrono dentro”
Maria Stella Spadaro intervista Lucia Scarpata, scout missionaria sciclitana impegnata in progetti umanitari, e Abibata Konate, della Onlus “Mamma Africa”
28 agosto 2013

Si vede solo ciò di cui si è a conoscenza. Una volta appresa la cosa, poi, si può scegliere, sì, di ignorarla, sebbene la certezza della sua esistenza sia oramai un latente dato acquisito. 20 minuti di rewind e inizia il racconto di un altro mondo, di un’altra vita, di un’altra terra. Lucia Scarpata e Mamma Africa, soprannome di Abibata Konate, Presidente dell’Associazione “Mamma Africa” Onlus, testimoniano l’esistenza di realtà parallele alla nostra.
La corrente elettrica è una certezza. L’acqua è una certezza. L’auto è una certezza. Non ovunque. Il risveglio, la mattina. Acqua per lavarsi, corrente elettrica per un domestico caffè espresso, auto per correre a lavoro.È pensabile un risveglio privo di tutto ciò? Cos’è la “normalità”? E quali sono le priorità dell’uomo? Davvero ciò che non vediamo non ci riguarda? Ziga, villaggio in Burkina Faso, Africa occidentale. La vita nel villaggio comincia all’alba e finisce al tramonto. Non c’è energia elettrica. Il terreno è coltivabile, ma molto argilloso e ha bisogno di essere lavorato e rilavorato. Non ci sono tanti pozzi, c’è bisogno di acqua e lo sterco degli animali non è sufficiente per fertilizzare i campi, perché gli animali non mangiano. La stessa irrigazione dei campi avviene con degli annaffiatoi: le donne, magari con sulle spalle i loro bimbi avvolti da panni annodati anteriormente sul petto, riescono a mettere dei ciotoloni enormi pieni d’acqua sulla testa, arrivare agli orti, che non sono vicinissimi ai pozzi, innaffiare quel metro quadrato di terreno che hanno seminato per poi ritornare indietro e ripetere il tutto . La fatica è, quindi, immane. Le strade non sono asfaltate. Ci sono solamente piste di terra rossa che, soprattutto nel periodo delle piogge, risultano impraticabili, per cui queste persone sono del tutto isolate. L’ospedale non è un ospedale, non è simile nemmeno nella struttura ai nostri ospedali: è una sorta di casetta con due, tre stanze adibite, fondamentalmente, a reparto di maternità, perché il presidio ospedaliero più vicino è distante circa 45 Km. Oltretutto, una donna gravida, in caso di complicanze, dovrebbe spostarsi autonomamente o con la bici o con l’aiuto di asinelli – sperando di sopravvivere grazie a Dio – o con l’aiuto dei piedi, che sono, forse, il mezzo più sicuro. Lì non ci sono altri mezzi di trasporto.

In cosa consiste il vostro impegno?
“Noi abbiamo adottato il villaggio di Ziga. Grazie a una ditta di Modica, la Sisolar Energy, abbiamo ricevuto in dono dei pannelli solari indispensabili per l’ospedale e utili alla scuola di formazione. Sergio Tumino ci ha donato, quest’anno, un fuoristrada. Stiamo cercando di creare una formazione per gli abitanti del villaggio, convinti, però, che, comunque, non deve esserci una loro occidentalizzazione, anche perché, quando noi rientriamo in Italia, tutto il lavoro fatto potrebbe risultare inutile se non considerato valido e vantaggioso da loro stessi. Stiamo tentando, dunque, di formarli, perché loro sono la forza del villaggio e loro stessi si renderanno conto di questo magari nel medio-lungo termine. È il passaggio più difficile: se non sanno nemmeno se il giorno dopo riusciranno a sopravvivere come possiamo noi chiedere loro di occuparsi del campo e di immaginare tra sei mesi il terreno argilloso con i primi germogli. Hanno una forma mentis completamente diversa dalla nostra e questa è la cosa più complicata da affrontare”.

La vostra attività consiste, dunque, nell’organizzazione della vostra assenza?
Si, anche. Soprattutto. Gli uomini lavorano nei campi e stanno lontano dal villaggio per sei mesi, un anno, talora anche due anni, quindi l’unica forza del villaggio sono le donne. Noi le incontriamo, organizziamo dei colloqui, delle riunioni per parlare, magari, delle eventuali difficoltà che hanno avuto una volta che è stato avviato il lavoro nella missione precedente. Sono dei controlli mirati a superare gli eventuali limiti riscontrati. come riuscite a raccogliere fondi? Si tratta soprattutto di donazioni offerte da famiglie, come anche da aziende. Ci aiutano persone di tutte le classi sociali, perché, lì, anche una penna può fare la differenza. Noi operiamo al di fuori di ogni appoggio sia religioso sia politico, soprattutto per mantenere una neutralità e un’apertura nei confronti di qualsiasi persona voglia avvicinarsi sia all’associazione sia alla mission del progetto. Organizziamo anche delle cene di beneficenza con offerta libera. L’Associazione “MAMMA AFRICA” ONLUS indirizza, poi, tutti i guadagni ricavati in Sicilia a Ziga attraverso l’invio di container carichi di beni di ogni tipo. È in corso, infatti, la raccolta di oggetti diversi inerenti il settore didattico, edile, agricolo, alimentare (latte in polvere, omogeneizzati, legumi secchi, ecc.), medico e sanitario, proprio per inviare, nell’estate 2013, il terzo container – il primo container è stato inviato nel 2008, il secondo nel 2010/2011.

Come vivono i bambini?
Abbiamo cercato di fare degli studi statistici per quantificare la percentuale di mortalità infantile che è, oggi, dell’80%. Alcune ditte farmaceutiche hanno donato dei farmaci antivermifughi, per cui abbiamo educato, intanto, le donne al mantenimento dell’igiene dei figli e di loro stesse. La somministrazione del farmaco avviene ad uno step successivo, perché non ha senso distribuire l’anti- vermifugo quando, magari, al bimbo non viene insegnato a non mettere in bocca le mani sporche. I bimbi sono quelli che hanno più bisogno, sono i più indifesi. È successo un giorno che un volontario ha intrattenuto i bambini con un gioco che utilizzava le mani, semplicissimo: una caramella morbida era il premio per il vincitore. Ha vinto una bambina che ha subito messo in bocca la caramella: tutti gli altri l’hanno accerchiata e, allora, la bambina ha ripreso la caramella dalla sua bocca e ha cominciato a suddividerla in tanti pezzettini quasi invisibili e a passarli ai suoi amici. I bambini là dividono tutto.

Com’è organizzata a Ziga la formazione dei bambini?
Ci sono delle scuole. Su circa 360 ragazzi arrivano alla fine del corso di studi, cioè al nostro liceo, solamente in 40, ma non tanto perché non vogliono frequentare, ma perché non ne hanno la possibilità, non possono comprare l’occorrente per la scuola. All’età di 8 anni, spesso, i genitori non possono più mantenere i figli a scuola e i bambini vanno a lavorare. A 15 anni si è già genitori. Noi abbiamo cercato di avere un contatto diretto con il preside della scuola per provarne a sostenere economicamente gli alunni: un bambino si mantiene con 50 Euro l’anno – vestiario, libri e alimentazione compresi – ma è importante che questi soldi siano gestiti da una persona interna alla scuola in grado di fornire la documentazione necessaria atta a garantire la massima trasparenza nella gestione finanziaria, anche perché, altrimenti, la famiglia destinerebbe i soldi soprattutto per l’acquisto di beni alimentari.

In che periodo si parte per Ziga e quando dura una missione?
Gennaio, febbraio, marzo e, poi, giugno e luglio, perché a fine agosto comincia la stagione delle piogge quindi i terreni sono impraticabili e le comunicazioni tra i diversi villaggi e con la stessa capitale sono impossibili. Lo stesso giorno che termina la prima missione, già si parte, in aeroporto, con l’altra missione in modo tale che, almeno per quel periodo, c’è la massima copertura. Ogni missione dura tre settimane. I gruppi vanno da 5-6 a 8 persone anche perché abbiamo un solo mezzo di trasporto. È tutto autofinanziato, è, a tutti gli effetti, una scelta di vita.

Di cosa ci si occupa?
Le giornate si vivono attimo per attimo. C’è tanto da fare e gli africani non fanno programmi. Ci sono circa 11 mila abitanti a Ziga e noi dobbiamo girare nel villaggio per visitarli nelle loro case, che sono un po’ distanti l’una dall’altra. Lì, cerchi di fare.

Chi può partecipare alle missioni?
Può partecipare chiunque. Caratteristica fondamentale è la capacità di adeguarsi a qualsiasi situazione, perché entrare in panico in missione vorrebbe dire destabilizzare il gruppo: se le preoccupazioni personali prendono il sopravvento è finita sia per la persona stessa che per il gruppo . Ci sono volontari che partono per dei motivi precisi, altri che, appena rientrati in Italia, sentono la necessità di raccontare le loro emozioni, altri, invece, che riescono a parlare della loro esperienza solamente molto tempo dopo. Quando vai in Africa conosci una realtà nuova e ti rendi conto di cosa c’è o, meglio, di cosa non c’è. Quando, poi, rientri dalla missione è come se tutto quello che hai vissuto in quelle settimane non ti appartenesse e ti senti che non sei felice pur avendo tutto. Lì si è felici con niente. Lì non esistono lacrime. Si piange dentro. Ho visto partorire donne, in silenzio. Certe cose se guardate con i propri occhi danno prontezza della realtà, altrimenti sono difficili da spiegare, da raccontare. Quello che, qui, pensi sia inutile, lì ti rendi conto che è utile. Tutto lì è utile. Loro hanno bisogno di aiuto. Soffrono dentro. Lì si soffre la fame.


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